Milano vs New York
15 Agosto, downtown Manhattan. Caldo infernale, come a Milano. Zanzare però, assenti. Traffico infernale, negozi aperti ovunque, viavai di persone, ristoranti tutti aperti, di rallentare non se ne parla nemmeno.
15 Agosto, Milano, Via Eustachi. Caldo infernale, zanzare come elicotteri e sottofondo musicale Cavalcata delle Valchirie. Due negozi su tre chiusi, persone ogni tanto se ne vedono ma sono gli sfigati come me che non vanno in vacanza. Ristoranti, meglio chiamare prima (il mitico Poporoya, per dire, è chiuso fino a Settembre). Di rallentare si parla eccome, anzi: si è già rallentato tutto da sette otto giorni.
E Digital Area è aperta, come sempre.
Siamo aperti perché, da quando abbiamo esteso la nostra presenza al mercato americano, non conosciamo più le mitiche chiusure italiane, e soprattutto non quelle di Agosto. Qui si lavora sempre. Agosto è un mese come gli altri e a nessuno importa dell’Assunzione di Maria in cielo. Maria chi?
Sanno quando non sanno
Essere italiani a New York è bellissimo ed anche difficilissimo. Bello perché sappiamo goderci l’ambiente come un americano spesso non sa fare, rallentando al punto giusto quando serve. Difficilissimo perché gli stereotipi pizza-mafia-mandolino sono sempre ben presenti, anche se ultimamente meno sbandierati per un finto perbenismo politicamente corretto. Quando però parliamo nei loro film, chissà perché, suoniamo tutti come Super Mario: “eeeehhh-itsa-meee-Maarioooo”.
Però gli americani hanno una cosa che gli italiani spesso non hanno. Sanno quando non sanno. Se un italiano parla di moda, stile, vino, motori o cibo, loro sanno di essere alla presenza di uno che, molto probabilmente, ne sa più di loro anche solo per diritto di nascita. E ascoltano.
Storia diversa quando si tratta di fidarsi davvero di un italiano, anche dopo 14 anni a New York come nel mio caso. Nel loro immaginario collettivo siamo sempre e comunque più o meno degli scansafatiche che arriveranno in ritardo con le consegne, chiederanno dei soldi che non erano pattuiti, e con un prodotto non all’altezza delle aspettative tanto sbandierate all’inizio del progetto. La realtà invece è MOLTO diversa. Non per vantarmi, ma gli italiani sono abituati a doversi arrangiare per mancanza di supporto e organizzazione, e quindi prosperano in qualsiasi ambiente, sotto qualsiasi pressione. Quasi sempre, una volta superata la diffidenza iniziale, lo stupore è reale e il cliente felice.
Qualità italiana, tempistiche americane
Digital Area offre esattamente questo: qualità e artigianalità italiane, con affidabilità e tempistiche forsennate americane.
Il punto di vista italiano è molto apprezzato. Per la sottigliezza con cui i nostri occhi sono abituati a guardare le cose, e per la ridondanza e precisione descrittiva tipiche della nostra lingua, traduciamo in ritocco queste attitudini. Un colore particolarmente raffinato o un vestito che deve cadere in un certo modo, per un italiano è cosa di tutti i giorni: ci siamo cresciuti insieme. Quante volte mi sono sentito ripetere da mia nonna e poi da mia moglie “tu così non ci esci!”, finché, dai e dai, impariamo ad accostare colori e materiali. Sulla fotografia, almeno, qualcosa devo averla imparata.
E i prezzi, beh
In Italia il prezzo non è mai definitivo fino alla fine del lavoro, quando il cliente arriverà magari con una domandina: “visto che ci hai messo meno del previsto, mi fai uno sconticino?”. Non dico che sia sempre così, ma spesso il prezzo è un argomento scottante, da approcciare con le pinze. Il pagamento poi, in media 90 giorni fine mese più 15. Se la fattura non te l’hanno mandata fischiettando il “Va, pensiero”, aggiungiamo altri 10. Ah, e i 90 giorni partono dalla data ordine, che spesso slitta di un mese.
In America invece il prezzo è scolpito nella roccia nel momento in cui viene pattuito. Il budget è allocato sul progetto prima ancora di iniziare, i tempi di pagamento sono in media 30 giorni dalla fattura, e spesso, davvero molto spesso, riceviamo il saldo quando le foto non sono nemmeno state consegnate.
Il ponte
Noi siamo il ponte che unisce le due realtà. Anche a Milano in Agosto si lavora, magari meno, magari ci sono progetti che saltano a piè pari le due settimane centrali, ma mica si ferma tutto nella moda. Abbiamo quella marcia in più che permette ai brand italiani di avere qualcuno che risponde alle loro esigenze anche a Ferragosto, e abbiamo più disponibilità in quel periodo per i brand americani, perché i nostri operatori italiani, che comunque fanno ferie scaglionate, sono meno pressati dai lavori locali. Come dicono qui, win-win.
Cosa mi piace di più? Domanda difficile. L’Italia ha uno splendido futuro dietro di sé. Adoro Milano per tutto quello che mi ha dato, per tutto quello che mi ha insegnato attraverso la sua bellezza e attraverso le persone che ho avuto la fortuna di incontrare. Ma il mio futuro, e quello di Digital Area, è a New York. Ad agire come ponte tra i due mondi. Siamo pronti ad attraversarlo, tenendo le radici ben piantate dove sappiamo di poterci abbeverare sempre alla bellezza.
PS. Questo post è stato scritto da un umano.









