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Chiuso per ferie, round 3 by EOD: un lunedì in via Eustachi

Chiuso per ferie, round 3 by EOD: un lunedì in via Eustachi

Lunedì 1 giugno, ponte della Festa della Repubblica. Sono nel mio studio italiano in via Eustachi 31, Milano. La strada fuori è vuota in un modo che a New York non esiste. Non vuota di traffico, vuota di intenzione. A New York anche il giorno di Thanksgiving qualcuno sta correndo per fare consegne. Qui c’è una sola signora che porta il cane, una bicicletta abbandonata contro un palo, e il cartello “chiuso per ferie” sulla saracinesca del negozio accanto al mio portone. Lo scotch che lo tiene attaccato è ingiallito. Quel cartello non è di oggi. È lì da almeno due settimane, forse tre. Faccio una foto col telefono.

Mentre un PSD da 2,1 GB scarica dal server, sul Mac arriva un messaggio. Cliente americano, agenzia a Brooklyn, scrive: “Round 3 by EOD?”. Tre parole, un punto interrogativo. Nessun convenevole, nessun “spero stia bene”, nessuna virgola di troppo. È il loro modo di dire “ti rispetto abbastanza da non farti perdere tempo”. Rispondo “yes”. Chiudo il laptop, mi siedo, apro il PSB, finisco il pass su una serie di skin retouch che avevamo già discusso il giorno prima, esporto, carico, mando il link. Diciassette minuti dall’arrivo del suo messaggio al “perfect, thanks” che mi rimbalza in chat. Quel “thanks” non è gentilezza. È la registrazione di un’azione completata. Per lui significa che la riunione delle quattro adesso ha un asset, che il delivery di domani non slitta, che il cliente finale non chiede sconti per ritardo.

Due ore dopo squilla il fisso dello studio. Numero italiano. Vecchio cliente, fotografo italiano, persona che mi conosce da quindici anni e per il quale ho ritoccato una cosa come trecento immagini. Voce sorridente: “ciao Andrea, ma ci possiamo vedere per un caffè uno di questi giorni? Volevo parlarti di un progettino”. Dico subito di sì, perché si dice sempre di sì. Lui dice che controlla l’agenda e mi sente. Riattacco. So con assoluta certezza che la prossima volta che lo sentirò sarà a metà agosto, fra due mesi, e che a quel punto sarà in ferie lui. Il “progettino”, quando finalmente ne riparleremo a settembre, sarà stato realizzato altrove oppure non sarà mai partito. Non lo dico per critica. È un dato di mestiere. Il follow-up via voce in Italia è acqua che scorre.

Sono in piedi davanti al portone dello studio con un caffè in mano. Sul telefono ho due conversazioni aperte in contemporanea: una con “perfect, thanks” come ultima riga, una con “ci sentiamo presto” come ultima riga. Tutte e due le frasi sono vere. Tutte e due i clienti sono clienti reali. La differenza non è nella qualità del lavoro che produciamo per loro, perché il PSD lo apro con la stessa attenzione in entrambi i casi. La differenza è nel rapporto col tempo.

Da quando abbiamo esteso Digital Area al mercato americano, il nostro studio vive con due orologi addosso. Uno scandisce “by EOD”, “round 1 of 3, fixed at brief”, “kickoff Monday, delivery Thursday”. L’altro scandisce “ti aggiorno la settimana prossima”. Tenere insieme i due orologi è il mestiere vero. Non il ritocco. Il ritocco è la cosa facile. La cosa difficile è capire, quando un brief arriva da un’agenzia di Roma alle cinque del pomeriggio del venerdì, quanto deve essere serio prima di rispondere “ok, partiamo lunedì”. E capire, quando un brief arriva da un’agenzia di Brooklyn alle nove del lunedì mattina, che “Friday delivery” significa Friday delivery, e che ogni minuto di slittamento è un minuto di danno.

Il claim del nostro brand, “Italian craft, American timing”, non è una tagline di marketing scritta da un copywriter. È la fotografia di un compromesso che gestiamo ogni giorno. La parte “Italian craft” è il modo in cui guardiamo un’immagine, il tempo che decidiamo di metterci, la cura su un dettaglio che probabilmente nessuno noterà. La parte “American timing” è la disciplina nel mandare il file alle 16:45 quando hai detto 17:00, anche se hai trovato un’altra cosa da sistemare. Le due parti non sono contraddittorie. Sono complementari, e vanno tenute insieme con le mani.

Il cartello “chiuso per ferie” è parte di chi siamo. I diciassette minuti di turnaround sono parte di chi siamo. Non scegliamo tra l’uno e l’altro. Ci stanno bene entrambi. E quando funziona, funziona proprio perché tutte e due le parti ci interessano davvero.

I commenti sono aperti. Se hai un esempio del tuo lavoro in cui hai sentito questa stessa frizione tra due orologi, scrivilo qui sotto. Mi interessa leggere.

PS. Questo post è stato scritto da un umano.

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