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L’AI in studio: cosa può fare, e cosa non le lascerò mai fare

Vintage hand saw next to modern circular saw, editorial still life, Digital Area

Qualche mese fa ci è arrivato un file con la orrenda qualifica di “Scattati con AI”. Un ossimoro per definizione, dato che l’AI non scatta un bel nulla, ma trita e ritrita cose già viste e già fatte. Le scarpe fluttuavano su un tappeto dal materiale incoerente, le ombre non c’erano, le mani si impastavano nel fondo, le proporzioni erano irreali e le prospettive a dir poco fantasiose. Quello che abbiamo fatto è stato rifinire in maniera plausibile e fotografica un materiale più o meno coerente. Abbiamo dovuto cambiare completamente la profondità di campo, ridefinire ombre inesistenti, ricostruire mani. Il risultato finale è stato quasi sempre di qualità infinitamente inferiore a quello che avrebbe potuto essere una foto vera, con perdite di tempo considerevoli per la produzione.

“AI is here to stay”, inutile negarlo o far finta che non cambi niente, perché è già cambiato tutto. Sono sicuro che in un futuro prossimo la qualità dei file generati sarà incredibilmente superiore a quella di oggi, ma per ora non lo è. Quello che cambierà sarà la corretta applicazione degli strumenti a nostra disposizione, non certo la loro negazione. Chi sarà in grado di guidare una macchina sempre più veloce, portandola al traguardo senza schiantarsi, sarà il vincitore del gran premio, e non verrà sostituito in toto dalla macchina.

L’AI non è e non sarà mai una minaccia sostitutiva, perché è in grado di risolvere alcuni problemi, ma nella maggior parte dei casi, se la si lascia fare, combina dei disastri difficilmente rimediabili in tempi rapidi. D’altronde, come si fa a spiegare il Bello a una macchina? Le persone che verranno sostituite sono quelle che già prima facevano solo il lavoro che una macchina adesso fa meglio, più velocemente e con meno errori. Le innumerevoli piattaforme indiane che offrivano ritocchi a 3$ o scontorni a 0.30$ sono già in crisi, e non c’è modo di colmare il gap enorme che hanno sempre avuto: quello di sapere cosa sia giusto o sbagliato. Ci vogliono decenni per impararlo, e per nostra fortuna questo scoglio non è superabile facilmente.

Ci sono molte cose che passo volentieri all’AI. Lo scontorno di base di una persona o di un capo d’abbigliamento per variazioni cromatiche leggere: quello che una volta poteva essere fatto solo a mano, con ore di lavorazione, oggi prende dieci secondi al massimo. Ma attenzione: il giudizio umano e il controllo manuale devono essere sempre applicati in maniera puntuale e feroce. Nulla di quello che fa la macchina può essere preso per scontato, perché anche se plausibile può nascondere errori grossolani. Un altro strumento che uso quasi con gioia è la rimozione di cavi, distrazioni e piccoli oggetti indesiderati: non tornerei mai a farlo pixel per pixel. La differenza però sta nel fatto che tutti i nostri operatori sono in grado di farlo anche a mano, e quindi sanno riconoscere se il lavoro è fatto bene o se va rifatto.

Le cose che non delegheremo mai a una macchina sono tutte quelle che hanno a che fare con l’essere umano. Il ritocco pelle, la modifica delle proporzioni corporee o dei lineamenti, il trucco, il coloring: tutto quello che rende Digital Area differente. Qualunque automatismo, anche non AI, come la vecchia frequency separation, omogeneizza e cancella carattere. Il volto perde riconoscibilità, sembra una skin da mobile game. Il composite di più plate va eseguito a mano e con cognizione di causa: quando le luci vengono da scatti diversi serve capire dove va l’occhio, come la composizione della scena guida le ombre rispetto alla realtà fotografica. L’AI non ha regia, si basa su regole generative di massima che cambiano a ogni generazione. E poi i volti delle celebrity: chi mai lascerebbe il loro ritocco a un automatismo? Un solo neo rimosso può innescare una cascata di problemi. Insomma, non lasceremo mai che una macchina spersonalizzi il nostro apporto creativo e il rapporto di fiducia con il fotografo e con il cliente finale. C’è una responsabilità deontologica troppo importante, e tradirla significherebbe tradire trent’anni di lavoro.

Il vero rischio non è l’AI in sé, è chi la usa senza saper ritoccare. Il junior che genera skin da zero senza sapere dove sta la luce, e come la pelle reagisce a diverse esposizioni o angoli, fa un lavoro finto che si vede da un miglio. L’AI amplifica il gap tra chi sa e chi non sa. Chi sa la usa come acceleratore, chi non sa la usa come stampella e produce contenuto di bassissimo livello, scalabile.

A volte capita che un cliente ci chieda di usare l’AI perché così costa meno. Ma non è il nostro caso. Non veniamo cercati come studio per costare di meno, ma per la nostra capacità di generare contenuti di altissimo livello, sapendo quando usare un mezzo o l’altro. Il ritocco professionale si paga per il decision-making, non solo per l’esecuzione. Se decido di non usare l’AI su un file, quella scelta è parte del valore. Se decido di usarla, il risparmio di tempo che ne deriva non lo giro come sconto, perché ho usato la mia esperienza per generare risultati attendibili. Chiedereste mai lo sconto a un carpentiere perché usa la sega circolare invece di segare a mano? Chi ti dà lo sconto per il suo uso di AI, ti sta anche dando meno decisioni, e quindi meno qualità finale.

Non ho paura dell’AI. Ho paura di chi si aspetta che l’AI faccia scomparire il ritoccatore. Non funziona così, e continuerà a non funzionare così finché ci saranno clienti che sanno vedere la differenza.

PS. Questo post è stato scritto da un umano.

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