Il mestiere del ritoccatore non è una passeggiata
Potrà sembrare così a prima vista, ma richiede una passione e una meticolosità che non tutti possiedono. Essere disposti a passare anni davanti a un monitor sotto la guida di qualcun altro, per arrivare al livello che un fotografo stagionato pretende, non è cosa da poco. Così come non è facile portare a termine un lavoro che spesso non viene accreditato e che il cliente stesso tiene segreto. Il ritoccatore è una persona con un’etica professionale e, soprattutto, un’integrità che devono essere esemplari. D’altronde, sono troppi quelli che si fregiano del titolo di “ritoccatore” con troppa leggerezza. Il nostro lavoro, per essere fatto bene, va assimilato a quello di un calzolaio d’alta classe o di un sarto, con una clientela selezionata e discreta. Non prêt-à-porter ma alta sartoria, su misura. Dobbiamo saper valorizzare i punti di forza e nascondere i difetti, ma non possiamo vantarcene in pubblico. Dobbiamo prendere esempio da Ferragamo, con la sua fame insaziabile di innovazione e qualità e la sua puntualità nell’offrire soluzioni personalizzate. Non c’è un grande bottone “rendimi bella”, bisogna guadagnarselo pezzo per pezzo.
Quale tecnica?
Come per un musicista o un fotografo, non basta conoscere la tecnica o possedere l’attrezzatura più recente; non basta saper “smanettare” su Photoshop e conoscere tutti i trucchetti che avete trovato su YouTube. Bisogna sentirlo, il mestiere. Bisogna rubarlo in bottega, da qualcuno, e imparare il mestiere vero. Come qualsiasi altro lavoro, quello che si impara a scuola spesso non corrisponde per niente alla realtà lavorativa e, soprattutto, diverge completamente da quello che il mercato richiede. Il ritoccatore non deve pensare alla foto come a un insieme di pixel da modificare in base a un istogramma o a un workflow prestabilito: per capire davvero come esprimere il massimo del proprio potenziale, l’operatore deve ragionare più come un pittore, uno scultore, un fotografo. Una foto, infatti, cattura il momento e lo riempie di tutte le aspettative, le intenzioni e l’anima di chi l’ha scattata, insieme a quelle di tutta la squadra fino all’ultimo assistente. Non si può trattare freddamente, meccanicamente, con metodologie standardizzate — a meno di non voler ottenere un effetto standardizzato e mediocre. Ogni foto va osservata e compresa con attenzione, ritoccata il meno possibile, aggiungendo e togliendo solo quei dettagli che, con l’esperienza, si impara a riconoscere. Purtroppo non c’è modo di accelerare il processo: ci vogliono anni, migliaia di foto, e approcci diversi per diventare ciò che i fotografi cercano — qualcuno che li completi e a cui possano affidare le loro creazioni, le loro foto.
Un po’ di storia
L’arte del ritocco ha radici molto lontane nel tempo. Non mi riferisco solo alla storia della fotografia, che è relativamente recente. Le fotografie sono sempre state ritoccate: se non con Photoshop, con maschere sfumate applicate durante l’esposizione e la stampa di un negativo, o addirittura a penna e inchiostro rosso direttamente sul negativo per schiarire o cancellare rughe e altri dettagli. Molto prima, e da quando l’uomo ha iniziato a rappresentare la realtà, l’ha sempre “ritoccata”. L’ha presentata attraverso le proprie esperienze, a volte anche inconsciamente adattandola al racconto di un qualsiasi episodio, sminuendo certi dettagli e caricandone altri. Esempio principe: pensate ai ritratti dei comandanti o degli imperatori, dipinti e scolpiti. Sempre rappresentati come semi-dei — ma erano davvero tutti così potenti, belli, perfetti? Non esiste una realtà nuda e cruda: tutto è modificato, tutto è ritoccato. Dobbiamo quindi stare molto attenti a quello che facciamo, farlo il meno possibile, soprattutto ora che viviamo in una società dove i contenuti abbondano inutilmente ovunque. Per passare dal ritocco al “disastro Photoshop” basta un attimo di distrazione.
Disastri, e dove trovarli (e come evitarli)
Un esempio lampante di ritocco eccessivo — o ritocco fatto male — è finito sulle prime pagine l’11 marzo 2024. La principessa Kate Middleton al centro di un piccolo ciclone mediatico a causa di una foto che ha dichiarato di aver ritoccato lei stessa; la trovate qui nel post del New York Times. È l’esempio lampante di come Photoshop, se usato male, possa generare disastri comunicativi di proporzioni bibliche. Come evitarli? Prima di tutto, ingaggiando professionisti accreditati e con anni di esperienza… ma a parte questo, basta non guardare la foto per quello che vogliamo che sia, ma per quello che è. Mi spiego. Quando Michelangelo Buonarroti dipinse la volta della Cappella Sistina, lo fece disteso su un’impalcatura a pochi centimetri dal soffitto. Credete che, pur essendo un genio supremo, non controllasse ossessivamente ogni dettaglio anche dal punto di vista dell’osservatore, cioè da terra? Noi dovremmo fare lo stesso, con le dovute proporzioni rispetto a Michelangelo. Zoomiamo fuori, liberiamoci la testa da quello che abbiamo fatto e soprattutto da quanto pensiamo di essere stati bravi a farlo. Pensiamoci come una persona qualsiasi che passa davanti al nostro monitor e vede l’immagine per la prima volta. Cosa non va, cosa posso migliorare, e soprattutto cosa posso togliere perché è troppo? Questo semplice trucco, unito al salvare spesso e ad alternare versioni diverse del file, può salvarvi dal diventare il prossimo pettegolezzo. Se vi volete divertire, qui trovate un po’ di disastri.
PS. Questo post è stato scritto da un umano.









