Il sogno americano
New York 2013. 636 Broadway. Frank Ferrante, il Covid, un cloud a 256-bit… e tutto quello che c’è stato in mezzo.
Andarci davvero
Trasferirsi a New York non è una decisione che si prende a cuor leggero. Può sembrarlo visto da fuori, ma richiede una buona dose di incoscienza e una dose ancora più grande di pianificazione — due cose che, di solito, non vanno d’accordo. Dopo mesi passati a fare conti, a studiare il mercato, a discuterne la sera con mia moglie fino a che una delle due teste non cedeva, avevamo una certezza sola: la voglia era più forte della paura. E quando la voglia batte la paura, di solito si parte.
Aprire Digital Area LLC nel panorama della post-produzione fotografica a New York non è stata una passeggiata. Visti di lavoro, pratiche legali, permessi, l’ufficio da trovare nel mercato immobiliare più cattivo del mondo — ogni passaggio un test. Chi ci ha tirato fuori dai guai più di una volta, e non lo dico per cortesia, è stato il nostro avvocato Frank Ferrante — a cui dobbiamo molto più di una parcella. Nel settembre 2013, finalmente, Digital Area LLC ha aperto i battenti al 636 Broadway, nel cuore del distretto creativo di Manhattan.
I primi mesi sono stati tosti, ma elettrici. I clienti italiani che ci eravamo portati dietro sono stati ossigeno nel periodo in cui New York ancora non sapeva chi fossimo — senza quel ponte, non so se saremmo qui oggi a raccontarla. Poi, piano piano, abbiamo cominciato a conoscere la community creativa americana, a farci un nome, a entrare nei giri giusti. Moda, pubblicità, editoriale. Qualche scivolone c’è stato, e ci mancherebbe. Ma la solita ossessione per fare le cose fatte bene, un gradino alla volta, ha pagato.
Poi è arrivato il Covid
Il Covid-19 ci ha azzerato tutto da un giorno all’altro. Diciamola come sta: ci ha spaventati a morte. Dopo settimane di stop totale, in cui il telefono era un pezzo di plastica muto, ci siamo scrollati di dosso la paura e abbiamo ricominciato a muoverci. Tutto da remoto, team sparso per mezzo mondo, progetti da coordinare senza potersi guardare negli occhi. Un bel rompicapo.
Quello che ci ha salvati è stato avere già gli strumenti giusti — il cloud privato con crittografia a 256-bit, su tutti, che ci ha permesso di continuare a lavorare per i clienti senza mai scendere di un millimetro dagli standard di sicurezza e riservatezza. Il Covid, senza farne una retorica, ci ha costretti a diventare più bravi: presenza online, modi nuovi di stare vicini ai clienti, un workflow più snello e più solido. Cose che, senza una pandemia alle calcagna, probabilmente avremmo rimandato a tempo indeterminato.
E un grazie sincero va al governo degli Stati Uniti, per i fondi Covid-19. Senza quei soldi non avremmo tenuto insieme la squadra. E la squadra, in questo mestiere, è tutto il resto.
E adesso?
Quando guardo indietro al percorso Milano — New York, la parola che mi viene in mente è una sola: fortuna. La fortuna di aver incontrato le persone giuste, di aver preso le decisioni giuste quando serviva, di aver avuto il fegato di partire. Non “la passione ha ripagato”, non “i sogni si avverano”. Fortuna, più testardaggine, più il lavoro fatto bene. Le tre cose insieme, e in quest’ordine.
Ora si continua. New York non fa sconti a nessuno — ed è esattamente il motivo per cui ci si resta.
PS. Questo post è stato scritto da un umano.









