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Dallo scatto alla pubblicazione: il ciclo di vita di una foto editoriale

Silhouette di un ritoccatore davanti a un monitor acceso, in posa riflessiva — il mestiere invisibile della post-produzione editoriale

Ci siamo, tutto è pronto per cominciare. Il producer è pronto al via, il creativo ha messo giù l’idea, il team ha scelto il fotografo per realizzarla, e insieme hanno trovato angoli, situazioni e modella. Lo stylist ha selezionato i look, trucco e parrucco raffinati sulla narrazione. Lo studio o la location sono state scelte, le luci affittate, gli assistenti sono pronti. La produzione inizia e finisce. E adesso arriviamo noi, i Post-produttori chiamati anche ritoccatori. Il nostro compito, uno dei segreti peggio tenuti di tutta l’industria, è spesso considerato come un accessorio non sempre indispensabile, anche quando tutti sanno che una foto non potrebbe vivere senza. Ho sempre avuto la fortuna di lavorare con fotografi e professionisti di livello altissimo che mi hanno arricchito con la loro esperienza e visione; non ho mai dovuto, come si suol dire “rifare una foto da capo” e quelle volte che mi è stato chiesto ho gentilmente declinato l’invito. Non perchè volessi essere considerato prezioso, ma perchè il risultato finale non sarebbe stato all’altezza delle aspettative del cliente, con il rischio di macchiare la reputazione del fotografo ed anche la nostra.

Solitamente i file ci vengono mandati con uno dei tanti servizi di sharing file, spesso sono solo le scelte e qualche plate per dei montaggi. A volte invece, per lavori più complessi, il cliente preferisce mandarci tutto l’HD della sessione, perchè noi possiamo avere tutto il materiale e scegliere cosa sia meglio. Uno dei privilegi di chiamarci Digital Area sta proprio nel fatto che i clienti sanno che sono in ottime mani, e che possono fidarsi di noi nel comprendere cosa sia meglio per loro. Noi chiediamo di avere sempre i RAW, per potere avere un margine di manovra molto più ampio nel caso si rendessero necessari più sviluppi. Solitamente si prevedono dai due ai tre round di ritocco. Un round è un passaggio completo sulle immagini: il primo è la versione base con le scelte estetiche principali, il secondo incorpora le revisioni del fotografo, il terzo quelle del cliente. Non esiste però un numero di ore preordinato a seconda del tipo di lavoro… è la nostra esperienza che ci fa dire “queste immagini richiedono 2 ore l’una”. Abbiamo sempre pensato che un cliente gradisse avere un budget il più chiuso e prevedibile possibile, e quindi non usiamo mai fatturare a ore. Se il progetto dovesse prendere una piega inaspettata e completamente diversa da quanto accettato in sede di preventivo, ci piace schiacciare un attimo il tasto pausa e parlare con il cliente di eventuali extra. Così tutti sanno tutto e non ci sono consuntivi a sorpresa.

Il nostro re è il fotografo. È lui che concepisce le immagini, noi le portiamo alla luce. Tutto il nostro lavoro consiste nel rendere visibile la sua visione, che se siamo abbastanza fortunati collima con la nostra. Se dovessimo fare un paragone musicale, noi saremmo la sezione ritmica di una band, il motore senza il quale il solista fotografo non riuscirebbe ad esaltare la folla. Il solista prende gli applausi, noi lavoriamo duro. Alcuni — ritoccatori, fotografi o clienti — chiedono delle cose che faranno capire che l’immagine è over ritoccata, facendole perdere la spontaneità. Di solito il fotografo approva e il cliente asseconda le sue scelte perchè si fida e l’ha scelto proprio perchè piace loro il suo occhio e la sua visione.

A volte però entrano in ballo altri fattori che bloccano tutto. Spesso sono le parti più corporate dei brand, che pur non capendo molto di comunicazione, pretendono di avere una parte che non compete loro. Quando questo capita sono dolori perchè… alla fine… la gerarchia ha il suo peso. Il ritoccatore ha spesso la fortuna di non dover gestire questi aspetti, ma sempre e comunque ne paga le conseguenze se c’è qualcosa da rifare secondo nuove direttive.

Il ritocco è finito, è tempo di consegnare i file al cliente. Una volta si consegnavano sempre RGB per il digitale, e CMYK ISO per la stampa e si accompagnavano sempre delle stampe di riferimento cromatico. Ormai questo passaggio è spesso saltato perchè gli utilizzi editoriali possono essere esclusivamente digitali, o perchè lo stampatore utilizzerà lo stesso set di profili ICC che abbiamo usato noi e per una questione di tempo e prezzi per le produzioni più semplici le stampe non vengono più fatte. Una volta si masterizzavano i CD, adesso è tutto basato su piattaforme di sharing come WeTransfer o SwissTransfer e chi più ne ha più ne metta.

Le foto adesso sono “into the wild” e se abbiamo fatto bene il nostro lavoro, nessuno saprà mai che ci siamo stati anche noi. È un duro lavoro ma qualcuno deve farlo bene, senza mai aspettarsi la gloria.

PS. Questo post è stato scritto da un umano.

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