Chi sono
Milano 1973, Hull 1989, la musica, Pixelway, e il salto del 2006. Una storia breve — da dove vengo, dove sono andato, dove voglio andare. Seguitemi.
Mi chiamo Andrea Villa, sono nato a Milano nel 1973 — in un momento della storia italiana che definire “difficile” è un eufemismo. Attentati agli uomini dello Stato, agli imprenditori che avevano la colpa di aver avuto successo, frange estremiste della sinistra radicale, mafia. Eppure, a cavallo tra gli anni ’80 e i ’90, Milano stava vivendo il suo periodo d’oro: economia in ripresa, cultura viva, la città che correva.
A 11 anni ho perso mio padre. Una botta tremenda, di quelle che ti cambiano per sempre. Ma sono cresciuto in quell’ambiente convinto — a ragione, penso ancora oggi — che si potesse diventare qualunque cosa, purché si lavorasse abbastanza duramente per ottenerla. Le serie TV americane di quegli anni hanno tenuto in piedi quel sogno. I cartoni animati giapponesi dei maestri come Hayao Miyazaki e il grande Akira Toriyama hanno acceso la voglia di creare.
Da mio padre ho ereditato l’amore per la fotografia — che per lui era passione vera. Da piccolo ascoltavo Duke Ellington e Frank Sinatra, poi sono passato ai grandi musicisti americani e inglesi contemporanei. Ho avuto, e ho ancora oggi, una preferenza netta per il rock e il blues — sia nero che bianco — e una vera ossessione per Eric Clapton e Mark Knopfler. Mentre studiavo come perito grafico industriale all’Istituto San Giovanni Bosco di Milano, a 15 anni ho iniziato a suonare nei pub e nei teatri. Dopo il diploma, quella passione è diventata un mestiere. Sei anni, non di più — ma con collaborazioni che mi hanno lasciato addosso qualcosa di indelebile, su tutte quella con Miguel Bosé.
Galeotto fu Hull
Come scriveva Dante, “Galeotto fu il libro…”. Nel mio caso, galeotto fu l’anno di studio in Inghilterra, a 16 anni. Catapultato da Milano a una cittadina di provincia come Hull, in un inverno inglese di quelli grigi e piovosi da manuale, ospitato in una casa a due piani un po’ sgangherata di una vedova gentilissima con un figlio di 12 anni che sembrava convinto che al di fuori dell’inglese non esistesse altra lingua al mondo — mi sono innamorato follemente della lingua inglese, della cultura diretta e pragmatica degli anglosassoni, e della loro capacità di decidere. Sono bastati due giorni a Londra per aprirmi gli orizzonti al punto che tornare a Milano com’ero prima è diventato impossibile. Ci sono tornato spesso, per lavoro, per turismo, per studio, tra Inghilterra e Scozia — e quelle atmosfere da “Harry Potter” fanno ormai parte di me per sempre.
Le persone giuste al momento giusto
La mia vita è cambiata di nuovo quando la parentesi musicale si è chiusa. Attraverso il direttore della scuola grafica salesiana dove mi ero diplomato, ho conosciuto Giulio e Giorgio Lari, fondatori di Pixelway: uno studio di ritocco fotografico, pionieri in quel mestiere a Milano. Nel 1998 realtà così si contavano sulle dita di una mano — e Pixelway era decisamente in cima alla lista in Italia. Le mie competenze tecniche sui processi di stampa e sulla fotocomposizione si sposavano bene con l’inventiva, il gusto e il rigore di Giorgio — fotografo di moda di nome negli anni ’80. Giulio, dal canto suo, con la sua meticolosità perfino linguistica e una cultura artistica senza confini, mi ha fatto crescere professionalmente come non mi sarebbe capitato da nessun’altra parte. Il sodalizio è durato otto anni — fino a quando la voglia di uscire dalla zona di comfort ha preso il sopravvento.
Nel marzo 2006 ho fondato Digital Area.
E il resto, come si dice, è un’altra storia.
PS. Questo post è stato scritto da un umano.









