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AI generativa e retouching: sostituzione, amplificazione, o deriva?

AI generativa retouching: un robot confuso davanti a un volto umano pixelato su Photoshop, metafora dei limiti dell'AI sul ritocco dell'umano

Una riflessione da retoucher su AI generativa, sul confine fra strumento e sostituto, e sul perché un umano deve ancora mettere le mani su un altro umano.

AI è incredibile, facciamo tutto con questo strumento, ormai anche il caffè non è più buono se AI non ci ha detto la ricetta per farlo buono!

La realtà è MOLTO differente dallo hype di questi ultimi mesi, ma andiamo, per ordine…

AI è una tecnologia incredibile, paragonabile all’inizio dell’uso del fuoco o della ruota… ma molto più dirompente e certamente molto più rapida come velocità di adozione. Opporsi con la solita frase: “ma abbiamo sempre fatto così” significherebbe andare incontro alla morte professionale. Così come ama paragonare un mio caro amico, Marco Camisani Calzolari, l’avvento della AI è come la fine dell’uso delle carrozze e l’avvento della macchina. Solo che stavolta non ci si può riciclare così velocemente: i costruttori di telai per carrozze non possono facilmente iniziare a costruire telai per autovetture.

Will Smith mangia la pasta

Facciamo un passo indietro di qualche mese. Il famoso filmato di Will Smith che mangia la pasta che trovi qui, oppure le foto con 6 dita della mano, sono ormai passati, e perfino un professionista stagionato come me fa fatica a riconoscere quando una foto è generata oppure è vera. Lo strumento è già maturo per un utilizzo professionale avanzato, su questo non ci piove.

AI è uno strumento, non un sostituto

Però (un grande e grosso però) AI è, appunto, uno strumento. E come tale deve esser considerato. Deve esser considerato come un’aggiunta, un’estensione, dell’umano. Un tool che aiuti l’umano nei compiti noiosi o ripetitivi e che prendono molto tempo per essere eseguiti. Nel nostro caso di ritoccatori, ad esempio, tutto quello che riguarda l’estensione del formato di una foto, la rimozione di oggetti fastidiosi… e via dicendo. L’asino casca quando dobbiamo parlare di ripetitività dell’operazione oppure di interventi mirati con uno scopo ben preciso. In quel caso si ha la netta sensazione che AI tiri un po’ ad indovinare. Certo, spesso ci azzecca, ma il risultato è mediocre. Nel nostro specifico esempio, il codice deontologico di Digital Area ci proibisce di utilizzare AI per qualsiasi ritocco su di un esser umano che possa modificare il suo aspetto. Non per via di un bigottismo tecnologico, ma semplicemente per il fatto che sono convinto che un umano debba necessariamente mettere le mani su un altro umano. La macchina è fredda, così come un amplificatore digitale non riuscirà mai ad avere il calore di uno a valvole — AI non potrà mai, per sua stessa genesi, trattare una ruga, un’espressione, così come un essere umano potrà fare. La connessione emozionale è comunque troppo intensa e profonda. Non sto dicendo che AI faccia male eh, sto dicendo che fa TROPPO bene e sempre alla stessa maniera, per qualsiasi volto. Diventa tutto uguale.

Amplificare il lavoro umano e renderlo più veloce e costruttivo dovrebbe essere il faro di ogni intervento. Dove si può usare AI per velocizzare e standardizzare ok, ben venga. Dove si appiattisce tutto, no.

Il ritoccatore senza WiFi

Un esempio pratico della pigrizia indotta da questo tipo di tecnologia è che alcuni “ritoccatori” — virgolette quanto mai d’uopo in questo caso — chiedono se ci sia la connessione internet nel luogo dove andranno a ritoccare, ad esempio un set fotografico. Lo chiedono perché non sono più capaci di ritoccare a mano senza AI. È come se un boscaiolo non sapesse più come abbattere un albero senza la motosega. Il mestiere bisogna saperlo fare a mano, e poi utilizziamo gli strumenti per renderlo più veloce. Per questo ed altri motivi, AI sta causando non pochi problemi alle nuove generazioni che, confuse e ammorbidite dall’abbondanza di automatismi, non imparano mai a fare le cose come si dovrebbero fare. Baby steps.

“Usi AI?” — la domanda del cliente

A volte riceviamo una richiesta dal cliente: “Usi AI?”. La risposta è sempre un terno al lotto. Cosa vorranno sentirsi dire, che la uso? Che non la uso? Se la uso costa di meno la foto? Se non la uso sono veloce abbastanza per i loro interessi? La mia risposta è invariabilmente che la uso solo ed esclusivamente per tutto ciò che non è umano — un volto, una mano, qualsiasi cosa che trasmetta un’emozione nella foto.

L’attrezzo giusto per il lavoro giusto

Alla fine, preferisco essere considerato sempre un artigiano che sceglie i suoi strumenti con molta cura: l’attrezzo giusto per il lavoro giusto.

PS. Questo post è stato scritto da un umano.

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